domenica 14 marzo 2010

Il pensiero di don Pietro

E COMINCIARONO A FAR FESTA
(Lc.15,1-3.11-32)
Tutte e tre le letture di questa quarta domenica di Quaresima sono attraversate dalla gioia: la gioia dei figli di Israele che celebrano la Pasqua nella terra promessa (prima lettura); la gioia di chi accoglie da Dio il dono della riconciliazione (seconda lettura); la gioia del Padre che ritrova il figlio perduto e gli fa festa (vangelo). La gioia della festa è presente nei nostri cuori come un desiderio mai del tutto soddisfatto. In realtà siamo stati creati per la festa, ma di fatto viviamo nella vigilia, in attesa di un compimento che verrà. Nel vangelo Gesù che siede a mensa con i peccatori è il segno di Dio che fa festa con chi è stato ritrovato e la parabola risponde alla mormorazione degli scribi e dei farisei indicando chiaramente che Dio fa festa e gioisce quando ritrova chi si era perduto, quando il peccatore si converte: “…mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. La “giustizia retributiva” degli scribi e dei farisei, che spesso è anche la nostra, cioè, premiare chi ha fatto il bene e castigare chi ha fatto il male, non ci permetterà mai di capire l’atteggiamento del Padre. Nella parabola il Padre agisce seguendo una logica imprevedibile e del tutto fuori dalle regole:
- viene trattato come un “morto”, perché è di un morto che si cerca l’eredità, e accetta di dare la
sua parte al figlio minore;
- dinanzi al desiderio del figlio più giovane di abbandonare la casa dove è nato e cresciuto, non fa
nulla per trattenerlo;
- è lui a correre incontro al figlio che ritorna, appena lo vede arrivare da lontano;
- è ancora lui che si alza da tavola per invitare il figlio maggiore ad entrare nella sala del banchetto.
Questo atteggiamento imprevedibile e inaspettato del Padre evoca, naturalmente, l’amore smisurato di Dio. Ma può essere compreso ed accolto solo se ci si mette sulla sua stessa lunghezza d’onda, in caso contrario rischiamo di fermarci sulla posizione degli scribi e farisei o del figlio maggiore. In fondo il Padre, se è incompreso, è proprio perché è troppo buono, altrimenti non sarebbe Dio.
E se Gesù si comporta in un modo ritenuto dagli scribi e farisei eccessivamente permissivo, è perché vuole farci capire che Dio è così e che nessuno è buono come Lui.
Allora comprendiamo come il Padre della parabola non possa fare a meno di fare festa per un figlio che era perduto ed è stato ritrovato. Ecco la novità sconvolgente del vangelo che annuncia un Dio che perdona, risana, guarisce, salva e dona il Figlio per la salvezza del mondo.
La conclusione è una sola: dobbiamo saperci immergere nella smisurata bontà di Dio!
Don Pietro

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